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In una splendida poesia dedicata al proprio figlio Nazim Hikmet scrive: …/Non vivere su questa terra come un inquilino/oppure in villeggiatura/nella natura. /Vivi in questo mondo/come se fosse la casa di tuo padre/credi al grano al mare alla terra/ma soprattutto all’uomo./Ama la nuvola, la macchina il libro/ma innanzitutto ama l’uomo/….

L’ultimo secolo ha segnato un grande primato di scoperte scientifiche, tecnologiche, mediche, ha avviato diversi processi di pace ed altri ha lasciato inconclusi, ha tentato di abbattere le discriminazioni razziali e di etnia tra i popoli, ma sopratutto, non lascia un pianeta povero, anzi, tutti sanno che sulla terra, oggi, si producono enormi ricchezze.

Negli ultimi 10 anni il PML (prodotto mondiale lordo) è raddoppiato, il commercio mondiale è triplicato, la domanda di energia si quadruplica ogni 4 anni. I prodotti alimentari sono talmente tanti che potrebbero sfamare 12 miliardi di essere umani con razioni pro-capite pari a 2700 calorie.

Ma i massacri si moltiplicano.

I quattro cavalieri dell’apocalisse che rispondono al nome di sottosviluppo, fame, sete e guerre con le epidemie, distruggono ogni anno più donne e bambini di quanto non abbia fatto la seconda guerra mondiale (55 mln in sei anni) e per i poveri la terza guerra mondiale è già in atto.

 

Quando arriva il crepuscolo, non pensiamo solo di fissare la magia del sole che cala dietro i monti, non pensiamo sempre alla vita che rallenta le battute sui remi, pensiamo anche ad un momento che appare consumato, ad una società che ha bisogno di ricomporsi, ad un sistema politico, sociale ed economico che ha fatto il suo tempo decimando regole, costumi, etica e valori che rispondevano al nome di dedizione, solidarietà, amicizia, equilibrio.

Non accadeva così sfacciatamente che ciascuno pensasse solo a sé stesso, che l’altro da sé fosse considerato meno di niente, tanto più se di pelle nera, o gialla, rumeno o albanese, tanto più se di religione islamica, o cristiana, o buddista, tanto più se di etnia rom.

Non accadeva che un insegnante fosse offeso da zotici incolti solo perché meridionale, o che un bambino “straniero” fosse proposto per la differenziazione e l’isolamento da altri bambini italiani.

Non accadeva che l’economia fosse aria fritta, un gioco per furbi dove pochi fanno la parte del leone concentrando ricchezze e i rimanenti stanno a guardare il vento che non cambia mai (roba da nuova presa della Bastiglia).

 

di Saverio Occhiuto 

Il riaffacciarsi delle politiche nazionaliste in Europa, che sembrava ormai archiviato dalla storia, pone l'élite culturale del Paese di fronte a nuove sfide, nuove responsabilità. La prima domanda da porsi è come è possibile che questo sia potuto accadere dopo gli sforzi compiuti da Alterio Spinelli, e altri dopo di lui, per giungere a quella vera integrazione europea che non avesse come unico marchio di fabbrica la moneta unica, ma una coscienza unitaria che partisse dalla condivisione di valori universali. Uno su tutti, quello dell'accoglienza. Un concetto che se allargato all'intero Mediterraneo impone oggi altre riflessioni, date forse per scontate con troppa fretta da chi non avvertiva l'avvicinarsi delle politiche sovraniste e populiste giunte poi fino a noi. Politiche che facendo leva sulla paura hanno alla fine creato una coltre di nebbia tra noi e la nostra storia, con parole d'ordine semplici ma efficacissime sul piano della comunicazione. Questo è servito soprattutto a nascondere e confondere le origini dei popoli, la cui mescolanza ha in realtà creato nei secoli quelle contaminazioni culturali che sono poi la vera ricchezza del Mediterraneo, non il nemico da respingere. Facevo questa riflessione qualche giorno fa dopo l'ennesima frase d'ordinanza pronunciata da un nostro ministro della Repubblica con la ritualità e i tempi scenici di uno spot pubblicitario: "Prima gli italiani". Pensavo alla mia città, Reggio Calabria e alla sua storia millenaria. L'antica Rhegion fondata nel 730 a.C da una colonia di Calcidesi provenienti dall'isola Eubea, nel Mare Egeo.

 

La luce e il buio. La gioia di toccare con mano la realtà di una gioventù rigenerata, che coltiva speranze, che semina schegge di vita nuova, e la notte di chi alimenta violenze, di chi prevarica la propria libertà e quella degli altri, di chi pratica la cultura di morte al soldo dell'ignominia, dell'egoismo e dell'asocialità.
E' questo che abbiamo incontrato per strada come attivisti del Circolo Culturale "Rhegium Julii"; è questo che, a volte, ci ha dato coraggio ma anche tremende delusioni.
Il mondo che ci circonda misura sempre e ovunque questa doppia anima (in prevalenza buona) e se, per un verso, ci tocca di registrare il sostegno che proviene da tanti disinteressati consensi, per l'altro registriamo tante vuote rappresentazioni dell'apparire che nulla aggiungono alla nostra scelta consapevole di lavorare per accrescere la coscienza della responsabilità e la ricchezza interiore.