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di Natale Pace

Non mi sono inserito nella polemica scatenata da uno pseudo-giornalista-intellettualoide che a ciclo mestruale ben prestabilito, dovendo dimostrare a se stesso che esiste e alla buonanima di sua madre quanto è conosciuto nel mondo, spara bordate a sangue offensive del meridione e dei meridionali. Mi sembrava, come dicono i nostri anziani di “dargli troppa importanza”.

D’altra parte egli è solo l’ultimo personaggio importante e conosciuto ( per adesso) ad esternare pensieri xenofobi e razziali nei confronti della gente del Sud.

Il marchese Massimo D’Azeglio, sì, proprio quello de “Pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani”, liberal-moderato Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna, scrive a Diomede Pantaloni nel 1860:

“In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura e come mettersi a letto con un vaioloso”.

Che fa il paio con le future fesserie montanelliane, o con Moravia che sull’Espresso del 3 ottobre 1982, in un articolo intitolato “Siciliano uguale Mafioso” scrive: “Il Siciliano in quanto tale, anche il galantuomo, è tendenzialmente mafioso”.

di Natale Pace

“L’Apollo Buongustaio” uscì per la prima volta nel 1960 a cura del poeta Mario Dell’Arco e durò fino al 1987. Iniziò quindi una nuova serie a cura di Sandro Bari, Francesca Di Castro, Umberto Mariotti Bianchi, Franco Onorati, Ugo Onorati e Mario Tornello. I curatori sono non erano solo scrittori (i loro scritti entrano nell’antologia) ma anche tutti cultori di Roma e delle sue tradizioni,

Inseriti in ordine rigorosamente alfabetico dell’autore, gli scritti trattavano di gastronomia regionale andando a recuperare tradizioni locali e piatti tipici dimenticati per lo scorrere del tempo, emozionanti proprio per questo.

In ordine alfabetico Domenico Zappone figurava buon ultimo nell’indice. Egli era stato introdotto a Dell’Arco da Leonardo Sciascia e, a sua volta, raccomandò la partecipazione delle due poetesse palmesi Ermelinda Oliva e Maria De Maria. La poesia di Ermelinda era già conosciuta era già assurta a chiara fama regionale e nazionale: vincitrice del Premio Amantea nel 1963 con la raccolta poetica “Il flauto minuscolo”, nel 1968 Carlo Betocchi la presenta su La Fiera Letteraria puntualizzandone la classicità di ispirazione e la sincerità del verso. Ancora qualche anno Sergio Solmi si disse “… colpito per il senso magico della natura” di quei versi palmesi. Era schiva, dedita al culto del cattolicesimo e della cristianità, aliena dai facili entusiasmi della poesia moderna. Seguiva il mondo e l’evolversi dei tempi dalla sua finestra della casa d’angolo di piazza Primo Maggio, nella stanzetta di lavoro che spesso mi ha ospitato. Si chiacchierava come due buoni amici di poesia (più le mie giovanili elucubrazioni che lei non mancava di incoraggiare col suo dolcissimo e tenue sorriso).

di Anna Foti

"Se dovessi sintetizzare i quattro punti cardinali della vita di questo grande artista calabrese, direi che sarebbero la sua Albertina, la famiglia o Jenia come egli amava definirla, le sue espressioni artistiche, l’attivismo politico e in esso certamente Gramsci", esordiva nel 2018 lo scrittore palmese Natale Pace in occasione di un incontro promosso dal circolo Rhegium Julii e dedicato al concittadino Leonida Repaci. Quattro punti cardinali rintracciabili anche nella pubblicazione dal titolo "Mio caro Leonida", che nel 2019 lo stesso Natale Pace ha dato alle stampe con i caratteri di Luigi Pellegrini Editore, amico di Leonida, che ha recentemente annunciato che pubblicherà un'opera omnia comprendente la ristampa di tutte le opere del fondatore del premio Viareggio.

Le lettere capaci di fermare momenti nella Storia e destinate ad attraversare decenni e oltre. Le lettere e la loro talento di parlare da altre epoche e di altre epoche e delle persone che le hanno percorse. Per il loro autorevole e luminoso tramite Natale Pace ha scelto di raccontare la storia di Leonida Repaci e, con essa, anche pagine della storia del nostro Paese.

di Anna Foti

Con amore e rigore racconta la città calabrese dello Stretto lo scrittore e intellettuale del Novecento, originario di Bovalino, Mario La Cava. A Reggio lo legò, nel tempo, un sentimento crescente e sconfinato al punto di rivendicare per la patria di Corrado Alvaro, Fortunato Seminara e Francesco Perri, un destino di città di cultura e di rara bellezza. Manifesto di questo amore è il volume “Lettere da Reggio Calabria”, contenente foto d’epoca e suoi scritti finora inediti e che il figlio Rocco, che ha in cura un patrimonio di altri elaborati mai pubblicati del padre nell’archivio di famiglia, ha raccolto in questo volume, edito da Nuove edizioni Barbaro, con il saggio introduttivo del critico letterario Giuseppe Italiano. Un vero e proprio omaggio alla città di Reggio Calabria da parte di Mario La Cava e suo figlio Rocco, pubblicato nel 2016.

Una vita trascorsa a vergare quotidianamente la carta con la sua penna asciutta, quasi frammentaria, convinto come era che lo scrittore dovesse rievocare la vita, esprimendo un dato naturale in modo fresco, ingenuo e personale, senza lasciarsi influenzare. La curiosa osservazione per Mario La Cava iniziava dalla sua Calabria e dalla provincia reggina, la sua provincia, con in sé tutto, folklore e grandi sentimenti in un intero mondo in miniatura.