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di Saverio Occhiuto

Lo so, ci chiamavano terroni e facevano il tifo per i nostri vulcani gli amici lombardo-veneti. Ma era il tempo in cui il vento della secessione soffiava forte da quelle parti e il Sud era il parassita da seppellire sotto una colata incandescente. Ora che a passarsela male sono loro, costretti come appestati nelle “zone rosse” per via di quel virus altezzoso arrivato dalla Cina (addirittura con la corona sul capo) sarebbe troppo facile lasciarsi prendere dalla tentazione della rivalsa. Qualcuno ci ha già provato con i cartelli appesi sulle vetrine del proprio locale: “Ingresso vietato ai settentrionali”. Troppo facile. Per la prima volta ai meridionali si è invece presentata la straordinaria occasione di dimostrate agli amici delle ampolle sul Po che erano loro a sbagliarsi. E questo si può fare in un modo solo: aprendo i porti, gli aeroporti, le stazioni ferroviarie, i musei, gli alberghi a chi un giorno potrà finalmente lasciare le zone dell'epidemia per tornare a muoversi liberamente sul territorio nazionale. Il primo invito a riprendersi la vita dovrebbe arrivare proprio da città come Napoli, Palermo, Catania, Reggio Calabria... Già, e il virus? Ma cosa vuoi che tema (come ha suggerito un video pieno di autoironia apparso sui social) chi mangia il panino ca meusa per strada, tra i vicoli di Palermo, o le cozze “a crudo” immunizzate solo da qualche goccia di limone tra quelli di Napoli? A noi, è il caso di dire, il virus sovrano arrivato dalla Cina ci fa un baffo.

 

di Anna Foti

18 febbraio 1943, università Ludwig Maximilian di Monaco

«Il nostro popolo è pronto a ribellarsi contro la schiavitù dell’Europa decretata dai nazisti in un nuovo, fervente impeto di libertà e onore».

Neppure un foglio di quel sesto volantino doveva restare sul fondo di quella valigetta perché quell’appello era indifferibile e quella causa di libertà non poteva più aspettare.

Così fino all’ultima, tutte le copie di quel sesto volantino - sembra che un settimo fosse già pronto - uscirono dalla clandestinità per raggiungere la coscienza dei studenti tedeschi e denunciare gli inganni del Nazismo e gli orrori della dittatura e della guerra.

Per questa impellente urgenza, era stato istintivo tornare indietro, quel 18 febbraio 1943, per non disperdere alcuna di quelle parole, per dare fondo a quella valigetta, come si fa con i sogni, lì nell’androne del luogo in cui i sogni si alimentano, in cui i giovani si appassionano di conoscenza, di ideali e di futuro: l’Università.

Così a Monaco di Baviera, nel cuore del Terzo Reich, l’Universita’ Ludwig Maximilian fu la pagina su cui un gruppo di giovani cristiani tedeschi scrisse una Storia di coraggiosa Resistenza alla dittatura che minacciava la Libertà di tutti.

«Non dimenticate che ciascun popolo merita il regime che accetta di sopportare», Fredrich Schiller - primo volantino

 

Ci sono storie che in realtà non hanno una fine precisa perché, nelle pieghe inattese, miracolose e straordinarie della vita, sanno reinventarsi, continuando a dire qualcosa al mondo e a testimoniare la speranza, anche in un orrore senza fine come fu la Shoah.

Nel campo di sterminio di Auschwitz I, nella città polacca di Oswiecim, oggi museo statale e dal 1979 patrimonio Unesco, una cartina fotografa la provenienza dei convogli verso le camere a gas. C’è anche l’Italia con le sue  città di partenza Fossoli, Bolzano, Verona, Trieste, Roma. Ci sono anche i dati con il numero di ebrei deportati all’inferno, partiti da diversi paesi europei: Ungheria (430 mila ebrei); Polonia (300 mila); Francia (69 mila); Olanda (60 mila); Grecia (55 mila); Boemia e Moravia (46 mila); Slovacchia (27 mila); Belgio (25 mila); Austria (23 mila); Yugoslavia (10 mila); Italia (7mila e 500); Norvegia (Seicentonovanta).

C’è anche l’Italia, dunque, tra i paesi che hanno contribuito all’orrore e che ora contribuiscono alla salvaguardia del presidio di Memoria, come impresso sul marmo all’ingresso del campo. Nessuna indulgenza, dunque, dovrebbe essere ammessa per il Belpaese, fosse stata anche una sola la vittima fatta uscire dai confini con quella destinazione infernale.

di Anna Foti

Il presidente Roberto Di Bella converserà con Gioacchino Criaco, giovedì 19 dicembre alle ore 17 a palazzo Alvaro

"La mia esperienza professionale mi ha fatto toccare con mano il dolore di tante famiglie, lasciandomi comprendere il bisogno di Speranza di questa terra", così il presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, ha commentato la scelta di raccontare le storie profondamente umane che, nel suo delicato mandato di giudice, ha ascoltato. Scritto con Monica Zapelli, sceneggiatrice dei film I cento Passi e Aspromonte la terra degli ultimi e della fiction Liberi di Scegliere, pubblicato con i caratteri della Rizzoli con il titolo “Liberi Scegliere. La battaglia del Giudice Minorile per liberare i ragazzi della Ndrangheta”, il volume sarà al centro di una conversazione promossa dal circolo culturale Rhegium Julli e dalla fondazione Antonino Scopelliti alla quale prenderanno parte il presidente Roberto Di Bella e lo scrittore calabrese Gioacchino Criaco, autore dei romanzi Anime Nere e Maligredi.

L'appuntamento è programmato per giovedì 19 dicembre alle ore 17, presso la sala Francesco Perri di palazzo Corrado Alvaro, sede della Città Metropolitana di Reggio Calabria, e sarà introdotto dai saluti di Rosanna Scopelliti, presidente della fondazione Antonino Scopelliti, e di Giuseppe Bova, presidente del circolo culturale Rhegium Julii. 

Il circolo culturale Rhegium Julii e la fondazione Antonino Scopelliti promuovono congiuntamente questa iniziativa nella profonda convinzione che riflettere sull’esperienza e sull’impegno profuso sul territorio dal Tribunale per i Minorenni per rendere la Giustizia, i Diritti e la Libertà un patrimonio concreto e accessibile per tutti i giovani di questa terra, costituisca per la comunità intera un'occasione preziosa di crescita sociale collettiva.