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 di Anna Foti

Jane Austen, Charlotte ed Emily Bronte, Maria Edgeworth e Fanny Burney, attraverso i loro romanzi e le donne e gli uomini protagonisti delle loro storie, hanno marciato al fianco delle altre donne per il riconoscimento del Suffragio Universale.

Lo hanno fatto affidando la loro presenza a stendardi colorati nati dalle mani e dalla passione civile delle donne riunite, su impulso dell’artista britannica Mary Lowndes, nell’associazione Artists’ Suffrage League (ASL), la Lega delle artiste per il Suffragio Universale che realizzava anche vessilli e decorazioni per abiti. I loro nomi su questi stendardi hanno camminato sulle gambe delle scrittrici, componenti del gruppo considerato tra i più attivi, e accanto alle ali dell’Aquila, simbolo della Women Writers’ Suffrage League.

Donne di tutte le professioni avevano formato, infatti, dei gruppi per dare voce a questa battaglia di civiltà all’interno della National Union of Women’s Suffrage Societies (NUWSS), fondata nel 1897 per sostenere la causa del Suffragio Universale nel Regno Unito. Un movimento pacifico aperto anche alla partecipazione degli uomini.

In marcia, nelle fila della Women Writers’ Suffrage League, dunque, da quel 13 giugno del 1908, anche le scrittrici, tutte, pure quelle non più in vita ma che, se lo fossero state, sarebbero state presenti. L’ostinazione appassionata di Elizabeth Bennet, la dolce tempra morale di Jane Eyre, la tenacia dei sentimenti di Catherine Earnshow, nate dalla penna di Jane Austen, di Charlotte e di Emily Bronte, non sono segnarono la letteratura universale ma contribuirono ad ispirare battaglie importanti per la costruzione di una comunità più equa e libera.

Non furono - e ancora oggi non sono -  solo personaggi letterari femminili, ma donne che nel loro tempo sfidarono convenzioni e pregiudizi per affermare il loro diritto a determinare il loro destino, come le scrittrici che dando loro vita contribuirono all’emancipazione femminile, di cui anche il suffragio universale è espressione fondante, e ad una visione del mondo e della società più giusta e inclusiva. Le stesse vite delle scrittrici incarnarono l’impegno per la Libertà delle donne da atavici retaggi patriarcali e il coraggio delle scelte di vivere della propria penna e di prediligere l’anonimato (Jane Austen si firmava By a Lady e Charlotte ed Emily Bronte si firmavano rispettivamente Currer ed Ellis Bell), quale forma assoluta di libertà di espressione in un mondo estremamente maschilista e incapace di riconoscere alla donna e alla scrittura dignità umana, sociale e professionale.

La militanza per conquistare il diritto al voto in Inghilterra

Animata da un’azione politica più radicale, nel 1903 a Manchester nacque per lo stesso scopo la Women’s Social and Political Union (WSPU), su impulso di Emmeline Pankhurst. “Non vogliamo violare le leggi ma vogliamo fare le leggi. Non ci hanno lasciato altra scelta che ribellarci”, affermava la fondatrice più volte arrestata per il suo impegno. Il film “Suffragette“ diretto nel 2015 da Sarah Gavron, con Carey Mulligan, Helena Bonham Carter, Brendan Gleeson, Ann-Marie Duff, Romola Garai, Natalie Press (nel ruolo di Emily Wilding Davison) e Meryl Streep (nel ruolo di Emmeline Pankhurst), racconta la storia di questo movimento.

Fu il quotidiano Daily Mail ad associare alle attiviste della Women’s Social and Political Union il termine “suffragettes”, in una forma dispregiativa che nel tempo si dileguò lasciando spazio ad una denominazione ad oggi di assoluto rilievo storico e sociale.

Il loro livello di esposizione e protesta fu talmente alto da essere punito con la prigione. Furono arrestate mille donne inglesi, militanti che si consideravano soldate e prigioniere politiche, stanche di parole e alla ricerca di fatti anche attraverso danneggiamento di vetrine, boicottaggio delle linee telegrafiche e azioni dinamitarde contro edifici rappresentativi ma vuoti. Mai azioni violente furono compiute contro le persone. “Disobbedirono“ facendo lunghi scioperi della fame, che ne provarono le condizioni fisiche e la salute, ma non cedettero alle torture e alle percosse cui la polizia le sottoponeva per estorcere nomi ed informazioni. Emily Wilding Davison sacrificò addirittura la sua vita per questa lotta. Dopo la sua morte la questione non fu più ignorata.

“All she had she gave for others”, fu scritto con i fiori sul suo feretro, a seguito del quale si riunirono migliaia di donne. Era il

1913 e finalmente la denuncia di quel diritto negato inizio’ ad essere ascoltata.

“La donna errante procede alla ricerca della terra della libertà...”

Le scena finale del film Sarah Gavron ripropone le immagini originali di quel corteo in occasione del funerale di Emily Wilding Davison. In sottofondo risuonano emozionanti le parole della voce narrante - quella della protagonista

Maud Watts, interpretata da Carey Mullighan. Sono alcuni versi tratti da “Dreams”, opera della pacifista e scrittrice sudafricana

Olive Schreiner (1855-1920), più nota per il romanzo “The story of an African farm” pubblicato in Inghilterra nel 1833 con lo pseudonimo di Ralph Iron. Ecco il bellissimo testo:

“La donna errante procede alla ricerca della terra della libertà. «Come ci arriverò?» La ragione risponde: «La strada è una e una soltanto: lungo gli argini della fatica, lungo le acque della sofferenza. Non ce n’è altra.» La donna, avendo abbandonato tutto quello a cui si aggrappava grida: «Per cosa vado in questa terra lontana che nessuno ha mai raggiunto? Sono sola. Completamente sola.»

“E la ragione le disse: «Silenzio. Che cosa senti?» E lei rispose: «Sento il rumore di passi. Miriadi di miriadi, migliaia di migliaia e vengono da questa parte. Sono i passi di quelli che ti seguiranno. Guidali».

Un diritto tra i diritti negati

Nel diritto al voto, nella possibilità di poter esprimere una volontà e determinare un cambiamento risiedeva il sacrosanto diritto di affermare la propria libertà di persone, di donne, di mogli, di madri e di lavoratrici.

Non era solo lo Stato ad ignorarle e a deriderle ma erano anche gli uomini (non tutti ma gran parte e figli di una secolare subcultura) mariti, padroni e sfruttatori, a tenerle sotto scacco, a ripudiarle e a privarle dei figli, in nome di una legge fatta da soli uomini per soli uomini.

Il lungo cammino per l’Uguaglianza attraverso il diritto al Voto iniziò alla fine del 1800

in Inghilterra (i primi fermenti in Europa risalgono ad un secolo prima in Francia*). Solo nel 1918 si registrarono i primi risultati Inghilterra con il voto alle donne sposate e almeno trentenni. Nel 1925 fu approvata la legge che riconobbe alla donna i diritti di madre. Il suffragio pieno e universale arrivò dieci anni più tardi, nel 1928.

Il cammino italiano approdò alla meta del riconoscimento del Suffragio Universale solo nel 1945 e venne esercitato dalle donne per la prima volta nel 1946.

Il suffragio universale in Italia

Figlia dell’Italia divisa dall’occupazione tedesca, la conquista del Suffragio Universale fu consacrata nel Decreto del presidente del consiglio dei Ministri, Ivanoe Bonomi, del 31 gennaio 1945 numero 23. Le elezioni amministrative, iniziate il 10 marzo 1946 e protrattasi per cinque turni fino a 7 aprile 1946, il decreto sulla eleggibilità (se venticinquenni) delle donne del 10 marzo 1946 numero 74 e l’appuntamento con il  referendum istituzionale del 2 giugno 1946, in cui vennero eletti i membri dell’Assemblea costituente che stese il testo della Costituzione e in cui il popolo italiano preferì la Repubblica alla Monarchia, segnarono poi le altre tappe fondamentali per la Storia dell’Italia a cui parteciparono anche le donne.

Il primo voto amministrativo delle donne in Italia: 10 marzo 1946

10 marzo 1946 – 10 marzo 2020 settantaquattro anni di voto femminile e di Suffragio Universale in Italia. Il primo voto delle donne (all’epoca ventunenni) nel nostro paese risale alle prime elezioni amministrative dopo il regime fascista, indette nel marzo del 1946. Un anniversario importante che segna anche la tappa iniziale per la partecipazione delle donne alla vita politica del Paese come elettrici e come cittadine eleggibili (quest’ultime inizialmente solo con età superiore ai 25 anni).

Il primo voto politico delle donne in Italia: 2 giugno 1946

Il passaggio epocale dalla Monarchia alla Repubblica dello Stato Italiano è stato frutto del

Suffragio Universale. Dopo il voto amministrativo, il primo voto politico delle donne fu espresso in occasione dello storico referendum del 2 giugno 1946. In quell’occasione furono anche eletti i padri e le madri costituenti che avrebbero da lì ad un anno e mezzo scritto la Costituzione Italiana - fonte superprimaria del nostro ordinamento giuridico e scrigno di valori identitari della nostra cultura – entrata in vigore il 1 gennaio 1948. Tra i padri costituenti c’erano tanti calabresi e tra loro anche reggini come il comunista Eugenio Musolino di Gallico e il liberale Domenico Tripepi. Scelsero la Donna Turrita 12 717 923 italiani e italiane. Per la monarchia a sbarrare sulla scheda elettorale lo Stemma sabaudo furono 10 719 284 italiani e italiane.
Furono poco meno di 13 milioni su quasi 25 milioni votanti, gli italiani, uomini e donne, che, chiamati a scegliere tra Monarchia o Repubblica, affidarono a quest’ultima forma di governo il destino di un paese, l’Italia, segnato dal dramma della guerra e dalle spaccature che il secondo conflitto mondiale comportò

Donne della Resistenza, dell’Assemblea Costituente e della Repubblica

“Del curriculum universitario vale la pena di annotare la «ragione» senza «sentimento» con cui la giovane Nilde segue i corsi di morale cattolica, perché sta maturando una crisi nelle fede religiosa (lei stessa tornando a quel periodo, molto anni dopo userà questo binomio alla Jane Austen); e il voto - 10/30, una sonora bocciatura - che spicca come una macchia, in un libretto universitario tutto di buon livello, all’esame di Storia e dottrina del fascismo”**.

Ventuno furono le donne elette all’Assemblea Costituente: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Leonilde Iotti (componente della Commissione dei 75 che lavorò alla proposta del progetto di Costituzione e prima presidente della Camera dei Deputati della storia Repubblicana 1979-1992),Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana Togliatti, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce Longo, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio. Tra loro molte erano state partigiane (Laura Bianchini, Maria Federici, Angela Gotelli, Teresa Mattei, Angola Minella, Teresa Noce). Dal 1 gennaio 1948 la Costituzione definì il quadro distinguendo solo per età, e non più per il genere, l’elettorato per i due rami del Parlamento: elettorato attivo per tutti i cittadini e le cittadine maggiorenni (21 anni fino al 10 marzo 1975 quando nell’ambito della riforma del diritto di famiglia fu varata anche la legge numero 39 che ancora oggi fissa il conseguimento dell’età maggiorenne utile per l’acquisizione della capacità di agire a 18 anni) ed elettorato passivo alla Camera dei Deputati ai 21 anni (poi 18 anni) e al Senato per tutti i cittadini e le cittadine con età superiore ai 25 anni.

Dopo il contributo fondamentale reso alla Resistenza nei ruoli combattenti e staffette (tra loro anche la reggina Anna Condo’, sorella del partigiano Ruggero), già dall’ottobre del 1945 nel nostro paese operava l’Unione Donne in Italia (UDI) associazione femminile di promozione politica, sociale e culturale, senza fini di lucro, nella quale confluirono i Gruppi di difesa della donna, sodalizio di primo piano nella storia dell'emancipazione femminile in Italia. Una storia di impegno e tenacia bellissima, ancora troppo poco conosciuta.

 “Ricordiamoci che la storia la raccontano sempre i vincitori. Ed è quella che rimane a testimonianza del passato. Vogliamo farci anche noi narratrici della nostra storia, per ricordare che oltre ai molti coraggiosi e valenti uomini italiani, ci sono state tante donne che hanno contribuito profondamente ai migliori cambiamenti del nostro Paese?”***

**Incipit del paragrafo “Zero in fascismo” del capitolo “La regina rossa. Nilde Iotti” di Maria Serena Palieri tratto dal volume collettivo “Donne della Repubblica” (Il Mulino 2016).

*** Dacia Maraini, prefazione al volume collettivo “Donne della Repubblica” (Il Mulino 2016).

Rita Maglio, femminista ante litteram di Reggio Calabria

In particolare alla passione politica e civile di Rita Maglio oggi si ascrive l’organizzazione clandestina a Reggio Calabria, unitamente ad altri, del partito Comunista italiano e la fondazione anche in punta allo Stivale nel 1945, stesso anno in cui si costituiva formalmente anche a Roma, dell’Udi, Unione Donne Italiane.

Semi di democrazia e libertà piantati, dunque, a Reggio Calabria, città pioniera per l’Unione Donne Italiane che in quello stesso momento storico si poneva a livello nazionale come maggiore organizzazione femminile di promozione politica, sociale e culturale.

La storia di Rita si inserisce nella grande storia della Resistenza, dell’Antifascismo, della nascita della Repubblica e del partito Comunista italiano, del preludio del Femminismo del Dopoguerra in Italia: tutto armoniosamente condensato nella figura di un’educatrice indimenticata dalle sue alunne alle quali seppe trasmettere i valori della Libertà e dell’Indipendenza in un momento storico in cui il retaggio patriarcale era forte e profondamente radicato, potremmo dire granitico e indiscutibile.

L’impegno associativo ed anche l’impegno politico: nel 1956 fu eletta consigliera comunale di Reggio Calabria e fu la prima donna eletta nelle fila del partito Comunista a conquistare uno scranno nell’Assise cittadina. Rita Maglio seppe coniugare con dolcezza e determinazione il riscatto delle donne e l’impegno per l’Italia Repubblicana e la Democrazia, ancorando il suffragio universale, il miglioramento delle condizioni di vita e lavoro delle raccoglitrici di olive della Piana di Gioia Tauro, la parità salariale e il diritto all’alfabetizzazione dei minori e dei reduci, alla più ampia lotta per un’uguaglianza senza la quale nessuna libertà è possibile.

La figlia Silvana Croce ne ha seguito le orme ed è stata anche presidente dell’Udi di Reggio Calabria negli anni Sessanta.

Prime elezioni a Reggio ed in Calabria.

Maria Mariotti, prima donna eletta in Consiglio Comunale a Reggio Calabria

Tra le donne della Costituente per poco non venne eletta con 18 mila preferenze anche la reggina Maria Mariotti, prima donna invece eletta consigliera comunale della storia a Reggio Calabria nel marzo del 1946. Otto furono le donne candidate nella provincia reggina in questa storica tornata elettorale in cui la donna poté per la prima volta votare ed essere votata. Candidatasi nelle fila della Democrazia Cristiana, Maria Mariotti è stata in carica fino al 1953. Fervente anima del Movimento cattolico femminile in Calabria, attiva nell’Azione Cattolica, nelle sezioni della Fuci e del Meic, fu attiva anche nel Centro italiano femminile, nato a Reggio nel 1945 con la prima presidente Maria Cappelleri. Docente di filosofia, Maria Mariotti ci ha lasciato lo scorso anno – all’età di 103 anni - permeata dalla Fede da un’intensa esperienza religiosa.

Filosofia e Fede, impegno sociale e attività politica. Maria Mariotti classe 1915 visse tra i suoi libri impreziositi dalla sua elegante calligrafia, toccò la vita di tanti giovani ai quali insegnò la filosofia, animò la sezione calabrese della Deputazione di Storia Patria che diresse a lungo e fu direttrice onoraria della Rivista Storica Calabrese.

Contribuì con la stesura di alcune biografie al Dizionario storico del movimento cattolico italiano e nel 1969 pubblicò, con i caratteri dell’Editrice Antenore di Padova, l’opera Forme di collaborazione tra vescovi e laici in Calabria negli ultimi cento anni.

Presso l’archivio di Stato di Reggio Calabria è custodita la documentazione che attesta le prime elezioni amministrative dell’epoca (a Reggio Calabria si votò il 7 aprile 1946) e l’elezione di Maria Mariotti, prima donna consigliera comunale di Reggio. In occasione di quella storica tornata amministrativa in Calabria furono elette anche altre donne e due divennero sindache, le prime due in Calabria tra le dieci elette in tutta Italia, e furono: Caterina Tufarelli Palumbo Pisani a San Sosti in provincia di Cosenza e Lydia Toraldo Serra a Tropea, allora in provincia di Catanzaro e oggi di Vibo Valentia.

8 marzo, perché il cammino verso l’Uguaglianza non è compiuto. Anche in Italia

La giornata dell’Otto marzo, in preda ormai al consumismo ed alla banalizzazione, rischia di perdere la sua centralità di appuntamento per rinnovare e proseguire un cammino di responsabilità verso le generazioni future di donne con il diritto pieno di vivere e scegliere e di uomini davvero liberi, la cui libertà non scada nell’arbitrio in preda a logiche di potere, possesso e prevaricazione, e non degeneri in germe di iniquità e disuguaglianze.

Nonostante gli importanti passi compiuti, neppure in tutti i paesi del mondo, le donne in Italia ancora subiscono ingiustizie e abusi, profonde discriminazioni e gravi molestie sul luogo di lavoro. Nel mondo le violazioni dei loro diritti e il rispetto della loro dignità continuano a dipendere dal paese in cui nascono e la condizione di subalternità e di inferiorità dalla quale devono riscattarsi assume connotati diversi in Medioriente, in Africa o in Europa. Infibulazione, matrimoni forzati, analfabetismo, nessun diritto civile e politico, oltre che economico e sociale, da una parte e un pregiudizio strisciante che si insinua ovunque dall’altro, anche a dispetto di leggi e principi consacrati dall’ordinamento. Il cammino è ancora lungo.

Come si può festeggiare senza pensare a quanto ancora ci sia da fare in tanti paesi del mondo e anche in Italia?

L’Italia è ancora un paese in cui:

le donne ancora devono scegliere tra professione e famiglia;

in cui la gravidanza o il progetto di portarne avanti una sono motivo di discriminazione sul luogo di lavoro;

in cui una donna si trova ancora a dover scegliere tra la maternità e la carriera, vivendo in un contesto sociale e familiare ancora pieno di pregiudizi e non potendo contare su un adeguato sistema di conciliazione dei tempi della vita, dove ancora ci si aspetta che sia sempre la donna a rinunciare per la famiglia;

in cui la donna muore per mano del marito, compagno o ex ed è vittima di cieca violenza;

in cui nonostante le leggi, i pregiudizi che degenerano in violenza vincono ancora sulla cultura di rispetto, pace e uguaglianza.

Domanda e fatti tutt’altro che retorici che oggi, dopo quanto fatto, impongono in paesi come l’Italia dove le donne votano da più di settant’anni, una risposta che non può vedere le donne e gli uomini contrapposti, ma deve contare sull’unita’ nel segno di una battaglia universale di civiltà.

Il Femminismo ha impresso una svolta fondamentale nella storia dell’umanità in Europa.

Noi tutti, e sottolineo tutti, oggi dobbiamo tanto a quelle donne aggredite dalla polizia, lasciate dai propri mariti, private del diritto di madri, sfruttate nelle fabbriche, ignorate dai governi, imprigionate senza processo sol perché rivendicavano il diritto ad una vita migliore, il diritto di votare e di decidere del loro destino. Dobbiamo tanto tanto anche a quei pochi uomini che hanno saputo essere liberi e lungimiranti.

La storia delle suffragette è e resta patrimonio collettivo prezioso per la conquista di un diritto fondamentale come quello al Voto alla quale hanno coraggiosamente condotto, preludio della possibilità delle donne non solo di rappresentarsi, scardinando il granitica convinzione che solo gli uomini della famiglia avessero il diritto di farlo, ma anche di rappresentare un popolo, altre donne e addirittura gli uomini.

Una conquista che sconvolse l’ordine sociale capovolto che ancora regna in molti paesi del mondo.

Oggi sia gli uomini che le donne sanno chi le donne siano e ciò ha contribuito anche alla scoperta di chi gli uomini siano in una società davvero giusta, in cui le leggi siano strumento di convivenza civile e non di sottomissione del genere femminile e legittimazione delle iniquità. Il Femminismo ha contribuito a questo traguardo.

Per alcuni versi questa società libera per tutti, in cui donne e uomini remino verso le stessa direzione, resta una visione, forse una prospettiva, ma certamente è l’unico approccio possibile.

Dal 1893* le donne votano in Nuova Zelanda, dal 1902 in Australia, dal 1906 in Finlandia, dal 1928 (dal 1918 votavano le donne over 30) in Gran Bretagna. Negli Stati Uniti il cammino iniziò nel 1920 e in Europa tra gli ultimi paesi ad aver riconosciuto il diritto al voto femminile furono la Moldavia (1978), la Svizzera (1971).

In Arabia Saudita il diritto di voto è stato concesso alle donne sono nel 2015. A precederla di un decennio gli Emirati Arabi nel 2006, il Kuwait nel 2005 e l’Oman nel 2003.

La storia di ogni popolo è fatta da uomini e donne, entrambi metà di un cielo che non può fare a meno, per sostenersi e non crollare, di nessuna delle sue due parti.

Diritti e libertà non sono ancora di tutte le donne e di tutte le bambine e finchè sarà così diritti e liberà non saranno davvero di tutti, dunque non saranno davvero di alcuno.

*L’Udi Monteverde ha ricostruito la storia dei primi passi verso la conquista del diritto al voto alle donne. Qui di seguito uno stralcio del documento.

Centotrent’anni per un diritto

1790

Declaration des droits de la femme et de la citoyennedi Olympe De Gouges

1792

Nasce la “Vendication of rights of Women” di Mary Wolstoncraft. Si sostiene che l’emancipazione totale dell’umanità non è possibile se non con l’educazione integrale e l’emancipazione della donna. Sarà il manifesto del femminismo ottocentesco.

Nasce a Berlino “Von der burgerlichen Verbesserung von Weiberdi Teodora Gottlieb von Hippel.

Rivendica per le donne gli stessi diritti degli uomini dal punto di vista economico, civile e politico.

Per una trasformazione totale e civile della società.

1886

John Stuart Mill presenta un emendamento a favore del voto alle donne, che, trasformato in petizione, raccoglie 1499 firme. Un anno dopo Mill propone di sostituire nel Reform Bill, man con person. Ottiene tre voti a favore e 196 contro.

1868-70

A Londra, Birmingham, Bristol, Edinburgh nascono le prime “Societies for Womans Suffrage”.

Negli Stati Uniti nasce “National Womens Suffrage association”. Il Wyoming ammette le donne al

voto

1878

La London University ammette le donne alla laurea. Al Congresso americano il senatore Sargent

presenta “l’emendamento Anthony” ripreso 42 anni dopo: “il diritto dei cittadini degli Stati Uniti al voto non sarà negato o limitato dagli USA o da qualsiasi singolo Stato sulla base del sesso”.

1884

Alla Camera dei Comuni i liberali di Gladstone bocciano l’emendamento Woodall che propone il voto alle donne nubili e vedove.

1890

Negli Usa nasce la “National American Women Suffrage Association”, di cui saranno presidenti prima la Stanton, poi Susan Anthony.

1893

Voto alle donne in Nuova Zelanda, colonia inglese. Primo paese ad introdurre il

Suffragio universale.

1897

In Inghilterra, le associazioni suffragiste si organizzano nella “National Union of Women’s

Suffrage”.

1902

Voto alle donne In Australia

1903

Nasce a Manchester la “Women’s Social and Political Union”: il programma è di sostituire “gli esauriti usi missionari”con “l’azione politica “. La fonda Emmiline Pankhurst.

1905

In ottobre, Christabel Pankhurst e Annie Kenney, interrompono a Manchester un comizio di sir Edward Grey e si fanno arrestare. D’ora in poi le donne della WSPU si chiameranno “militant” -

suffragette.

1908

Il 13 giugno, a Londra, tutte le associazioni suffragiste sfilano in corteo fino alla Albert Hall: sono divise per professioni e portano stendardi in cui sono raffigurate Boadicea, Giovanna D’Arco, la regina Elisabetta la grande, Jane Austen e le sorelle Bronte. Otto giorni dopo, mezzo milione di donne manifesta a Hyde Park per il voto.

1909

La suffragetta Wallace - Dunlop, in carcere inizia lo sciopero delle fame e chiede di essere riconosciuta come prigioniera politica.

1910

Venerdì 18 novembre un corteo di suffragette è violentemente attaccato dalla polizia . 115 donne vengono arrestate.

1911

Negli Stati Uniti, il voto alle donne vince per referendum in California. Sono sei gli stati dell’Ovest che l’hanno approvato.

1912

In Inghilterra, il “Conciliation Bill”, proposto già da un anno, è bocciato alla Camera dei comuni per quattordici voti. La NUWSS decide di appoggiare i candidati del Labour, l’unico partito nel cui programma è inserito un progetto di voto alle donne.

1913

Voto alle donne in Norvegia.

L’11 giugno la suffragetta Emily Davison si getta sotto il cavallo del re, durante il Derby. I suoi funerali si trasformeranno in una manifestazione suffragista.

Le donne di Washington manifestano il giorno prima dell’insediamento del presidente Wilson. La leader è la quacchera Alice Paul.

Cominciano le pubblicazioni di “The suffragists”.

1914-15

Il movimento suffragista inglese si spacca sulla guerra. Un gruppo sospende la battaglia per il voto per sostenere la patria in guerra. Un altro gruppo fonda la sezione inglese della “Women’s

International League for Peace and Freedom”, fondata in Olanda.

1915

I parlamenti di Danimarca e Islanda votano il diritto di voto alle donne.

Negli USA una petizione raccoglie 500.000 firme. Per la prima volta il Congresso discute

l’emendamento Anthony.

1917

In Russia dopo la Rivoluzione di febbraio, il governo Kerensky concede il voto alle donne.

Negli USA, il “Women’s Party” organizza picchetti davanti alla Casa Bianca, chiede il voto subito.

1918

In Inghilterra, il 6 febbraio, il Representation of People Act, da il diritto di voto alle donne che abbiano compiuto trent’anni. In novembre approva l’eleggibilità delle donne ai comuni. In dicembre, il primo voto: su diciassette candidate l’unica eletta è la contessa Markiewicz, militante del Sin Fein, in carcere. Non accetterà l’elezione perché gli irlandesi non riconoscono il parlamento Inglese.

Il parlamento del Canada vota il suffragio femminile.

USA, il 10 gennaio la Camera approva il suffragio femminile. Il 30 settembre, per soli due voti, il Senato respinge l’emendamento.

1919

Voto alle donne in Austria, Germania, Olanda e Polonia.

In Inghilterra, Nancy Astor è la prima donna deputata.

La NUWSS si trasforma in Unione di lotta per la “eguale cittadinanza”.

1921

Voto alle donne in Svezia

1928

Le donne inglesi ottengono il diritto di voto alle stesse condizioni degli uomini.