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di Anna Foti

Sono ancora una volta le vittime, le sentinelle di un’umanità distratta e colpevole di smemoratezza e superficialità. Sono ancora una volta le vittime che hanno subito perdite incalcolabili, lo strenuo baluardo del decoro e del pudore; sono loro a ricordarci che la Dignità é un valore irriducibile anche quando la Vita e la Libertà, che ne sono le espressioni più nobili, vengono assaltate e oltraggiate, ancora una volta; sono loro a ricordarci che salvano dall’oblio del Pensiero e dalla dimenticanza della Storia solo le Verità più dolorose e scomode, perché le altre verità non fanno fatica ad essere conosciute e riconosciute.

Dovrebbe essere di tutti la voce dell’indignazione delle madri di Srebrenica che hanno chiesto la revoca del premio Nobel per la Letteratura allo scrittore austriaco Peter Handke che durante la guerra nei Balcani difese il presidente della Repubblica Serba Slobodan Milosevic, accusato di crimini contro l’Umanità dal Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia. Quel processo si estinse nel 2006 per la morte sopraggiunta di Milosevic e, dunque, non sfociò in alcuna sentenza.

Chiamate a rivivere il dolore di essere sopravvissute a figli, mariti, fratelli, cari, le madri di Srebrenica si ritrovano strette di nuovo dal desiderio di Giustizia, Verità e Memoria. Lo stesso che a lungo le ha animate nel segno del motto Odgovornost (Responsabilità in lingua bosniaca), mentre chiedevano che l'impunità dei colpevoli di orribili crimini fosse intaccata fino a risultarne disintegrata, come avvenuto alla loro patria, la Jugoslavia, in quei terribili anni Novanta. Una giustizia sofferta e attesa, arrivata dopo oltre vent’anni.

Caro Direttore,

i consensi, e le riflessioni, innescati dal Manifesto per l’Italia pubblicato dal tuo giornale mi inducono a partecipare alla discussione cercando di affrontare in modo non ortodosso l’ormai endemico riproporsi di temi quali il diseguale sviluppo del Paese, con conseguente abbandono e arretratezza, non solo strutturale, del Meridione, i rapporti di causa-effetto di questa condizione con il cancro mafioso-criminale che l’aggredisce, l’assuefazione di noi meridionali ad una vita al ribasso.

Come sai vivo a Reggio Calabria, a sud del cuore, il cuore dell’Italia produttiva ed efficiente, il cuore pulsante delle innovazioni scientifiche, dei poli sanitari, delle case editrici e dei media nazionali, dei trasporti veloci. Una parte del cuore in cui il sangue si corrompe per il contatto con le cellule criminali, i torti subiti, la normalità negata, classi dirigenti buone a nulla ma capaci di tutto (cit. Longanesi), l’ignavia della gran parte di chi l’abita, rischiando di contagiare anche le parti dell’organo sane. C’è una cura?

di Giuseppe Bova

In una splendida poesia dedicata al proprio figlio Nazim Hikmet scrive: …/Non vivere su questa terra come un inquilino/oppure in villeggiatura/nella natura. /Vivi in questo mondo/come se fosse la casa di tuo padre/credi al grano al mare alla terra/ma soprattutto all’uomo./Ama la nuvola, la macchina il libro/ma innanzitutto ama l’uomo/….

L’ultimo secolo ha segnato un grande primato di scoperte scientifiche, tecnologiche, mediche, ha avviato diversi processi di pace ed altri ha lasciato inconclusi, ha tentato di abbattere le discriminazioni razziali e di etnia tra i popoli, ma sopratutto, non lascia un pianeta povero, anzi, tutti sanno che sulla terra, oggi, si producono enormi ricchezze.

Negli ultimi 10 anni il PML (prodotto mondiale lordo) è raddoppiato, il commercio mondiale è triplicato, la domanda di energia si quadruplica ogni 4 anni. I prodotti alimentari sono talmente tanti che potrebbero sfamare 12 miliardi di essere umani con razioni pro-capite pari a 2700 calorie.

Ma i massacri si moltiplicano.

I quattro cavalieri dell’apocalisse che rispondono al nome di sottosviluppo, fame, sete e guerre con le epidemie, distruggono ogni anno più donne e bambini di quanto non abbia fatto la seconda guerra mondiale (55 mln in sei anni) e per i poveri la terza guerra mondiale è già in atto.

 

di Giuseppe Bova

Quando arriva il crepuscolo, non pensiamo solo di fissare la magia del sole che cala dietro i monti, non pensiamo sempre alla vita che rallenta le battute sui remi, pensiamo anche ad un momento che appare consumato, ad una società che ha bisogno di ricomporsi, ad un sistema politico, sociale ed economico che ha fatto il suo tempo decimando regole, costumi, etica e valori che rispondevano al nome di dedizione, solidarietà, amicizia, equilibrio.

Non accadeva così sfacciatamente che ciascuno pensasse solo a sé stesso, che l’altro da sé fosse considerato meno di niente, tanto più se di pelle nera, o gialla, rumeno o albanese, tanto più se di religione islamica, o cristiana, o buddista, tanto più se di etnia rom.

Non accadeva che un insegnante fosse offeso da zotici incolti solo perché meridionale, o che un bambino “straniero” fosse proposto per la differenziazione e l’isolamento da altri bambini italiani.

Non accadeva che l’economia fosse aria fritta, un gioco per furbi dove pochi fanno la parte del leone concentrando ricchezze e i rimanenti stanno a guardare il vento che non cambia mai (roba da nuova presa della Bastiglia).