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di Natale Pace

Scrivendo di una precedente raccolta poetica, “Compitare nei cortili” ho definito Renè Corona un irruento costruttore di parole. Renè tra le parole è un acrobata, sospeso nelle altezze del trapezio della poesia e, come gli acrobati, egli ha un senso solo lassù. Sulla terraferma, lontano dalle sue parole egli non ha senso, non si realizza, sembra che non sappia parlare, come se gli mancasse qualcosa.

Se parli con lui, meglio se leggi i suoi versi, ti ritrovi per incanto tra le miscele di colori di Kandinskij, in un misterioso labirinto dentro il quale cominci tra un verso e l’altro a crogiolarti, a girovagare senza meta, ma ti ci trovi bene e non ti passa neppure per l’anticamera della testa di cercare la via di uscita.

Il nostro poeta è’ un francese importato in Italia o forse è meglio dire un calabrese nato per sbaglio a Parigi 69 anni fa. Vi è arrivato, in Calabria per lavoro a 35 anni come esperto linguistico alla Scuola Superiore per Mediatori Linguistici e non è andato più via. Si è stabilito a Bova Marina da dove fa il pendolare verso l’Università di Messina. Di Parigi gli resta un lontano parlare strascicato con la “evve” moscia (ma solo appena accennato) e una certa timidezza nel dialogo, quasi ritrosia, che, una parola sì e un’altra gliela devi strappare con le unghie, sembra chiederti scusa quasi.

Lo conosco da poco meno di quattro anni, Renè Corona; qualche volta per il piacere di starci un poco insieme sono andato a trovarlo a Bova. Mi attende al solito baretto accanto al Municipio, mi offre il caffè inframezzato da quattro chiacchiere (ma proprio una, due, tre e quattro!) chè, introverso lui, introverso io, è come se ci dispiacesse interromperci, come se fossero poco necessarie le parole parlate, quando fondamentali sono invece quelle scritte nei nostri versi.

Per questa nostra assonanza caratteriale e per la sua irreprensibile timidezza, ho imparato a volergli bene a questo franco-calabrese che invece è una esplosione di suoni e colori quando prende carta e penna, tanto come fece Lorenzo Calogero nei suoi “Quaderni di Villa Nuccia. Il parigino di Bova con la parola pare parlare, senza metafore, senza doppiezze, senza mai tradirla per significati che sono un di più rispetto ai suoni e ai colori, innamorato fedele delle onomatopee, delle sillabe casualmente accostate, senza punteggiatura. Una cascata di note. Ricordo u n famoso sassofonista jazz che aveva maturato una tecnica che gli consentiva contemporaneamente di soffiare sulle ance e di inspirare, sicchè poteva fare degli assoli infiniti, come le cascate di note di John Coltrane.

Ma qui, in “L’Inquilino delle Parole”, mi rendo conto che Renè Corona ha fatto qualche leggero passo avanti, verso il lirismo, il blues. Appaiono immagini di colline e di mare, di persone della bovesia, contaminazioni che rendono la poesia di Corona più concertabile e il risultato complessivo diventa davvero una grande sinfonia.

Il prefattore della raccolta, Claudio Piersanti, già vincitore del Viareggio nel \997 e quest’anno tra i dodici finalisti allo Strega, mette in evidenza una particolarità di tutta la raccolta: le cornici di citazioni che presentano ogni composizione, che, dice Piersanti, “essendo scelte con oculatezza vanno considerate parte integrante dell’opera”.

Renè come sempre facciamo, mi ha inviato il volume contenente una curiosa dedica: “Per Natale, se cerchi bene una doppia dedica e un caro saluto”.

Mi precipito tra le pagine, perdendomi tra i versi bellissimi, nuovi alla ricerca della seconda dedica e la trovo a pagina 36, cornice di citazione della poesia “Occaso” “La pluie descend dans la nuit noire – per Natale Pace”

Capite? Dedicata a me, tutta mia. Sorpresa che mi fa battere forte il cuore.

Delle 116 poesia del volume “L’Inquilino delle parole”, divise in quattro sezioni, è la più bella, naturalmente dal mio punto di vista.

La raccolta, come accadde per gli altri tre volumi che l’hanno preceduta: “Compitare nei cortili” – “La conta imprecisa” – L’Alfabeto dell’alba”, prosegue il viaggio poetico di Renè Corona, come detto, con impronte liriche sempre maggiori, segno di un progressivo affrancamento del poeta dal puro astrattismo.

Ed io continuo a leggerlo, Corona, con la stessa empatia con la quale ho letto nel 1965 i versi di “Come in Dittici” e “Parole del Tempo” di ‘Zino Calogero.

Una lettura che allora mi ha inculcato, appena diciassettenne, la poesia nella vene, senza lasciarmi mai più e oggi in “L’inquilino delle parole” ritrovo con la stessa forza e la stessa emozione di allora. Grazie, amico Renè, per la dedica e per le tue poesie, grazie, col cuore che mi batte forte.