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di Anna Foti

Viene viene la Befana
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! La circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello
ed il gelo il suo pannello
ed il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.
E s’accosta piano piano
alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare
or più presso or più lontano.
Piano piano, piano piano.
Che c’è dentro questa villa?
uno stropiccìo leggiero.
Tutto è cheto, tutto è nero.
Un lumino passa e brilla.
Che c’è dentro questa villa?
Guarda e guarda…tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
Guarda e guarda…ai capitoni
c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini.
Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolan le scale;
il lumino brilla e sale,
e ne palpitan le tende.
Chi mai sale? chi mai scende?
Co’ suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampada di chiesa.
Co’ suoi doni mamma è scesa.
La Befana alla finestra
sente e vede, e s’allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra,
trema ogni uscio, ogni finestra.
E che c’è nel casolare?
Un sospiro lungo e fioco.
Qualche lucciola di fuoco
brilla ancor nel focolare.
Ma che c’è nel casolare?
Guarda e guarda… tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra la cenere e i carboni
c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti…
E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila…
veglia e piange, piange e fila.
La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.
La Befana sta sul monte.
Ciò che vede è ciò che vide:
c’è chi piange e c’è chi ride;
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sul bianco monte.

Circondata da neve, gelo e tramontana, come di questi tempi si presenta l'Etna al cospetto di Reggio Calabria, così il poeta romagnolo Giovanni Pascoli descrisse in questa lirica, che ha tutta la leggerezza e la profondità di una ninnananna, la generosa vecchietta che portaR doni ai bambini nel giorno della Epifania in cui i Re Magi raggiungono la Grotta per onorare la nascita di Gesù Bambino. Tornare piccini per rileggerla con la semplicità e la spontaneità necessarie è i doni più belli che tutti possiamo fare a noi stessi e a coloro che amiamo.

Giovanni Agostino Placido Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912), autore de "Il fanciullino", delle "Myricae", dei "Poemi conviviali", delle "Poesie Varie", dei "Canti di Castelvecchio", dei "Poemi del Risorgimento", fu tra i più fulgidi rappresentanti del periodo romantico-decadente.

Caratterizzata da un iniziale impegno politico socialista anarcoide, che ne provocò in un certo qual senso l'arresto, e un periodo di detenzione di oltre 100 giorni, la vita di Pascoli fu segnata da una profonda e inguaribile malinconia in cui si radicò il mito del nido ‘familiare’ devastato dai lutti e, dunque, da ricostruire. Interprete acuto del fallimento di ogni scienza e di ogni progresso al cospetto della labile condizione dell’uomo, della divaricazione tra scrittura dell’arte e scrittura del consumo, l’animo di Pascoli si librò conteso tra il cielo immenso ed infinito e la terra piccola e carica di dolore. Nella poesia "X Agosto", tratta dalla raccolta "Myricae", la terra diviene infatti atomo opaco di male inondato dal pianto di stelle. Ispirò la lirica proprio la sua drammatica vicenda familiare, divenuta così poetica: l’uccisione del padre avvenuta il 10 agosto 1867 alla quale seguirono la morte della madre Caterina, della sorella maggiore Margherita e dei fratelli Luigi e Giacomo. Un delitto rimasto impunito e maturato forse per motivi politici, forse per contrasti sul lavoro. Il dolore e l’amarezza gravati, dall’invisibilità del volti dei responsabili rimasti ignoti, emergono anche dalla sua celebre lirica "La cavallina storna". La sua esperienza di docente latinista lo condusse a Messina, Pisa e Bologna. Conobbe e strinse legami con Giosuè Carducci, di cui fu allievo all'università di Bologna e che raccolse la sua eredità come docente nello stesso ateneo, e del poeta vate per eccellenza Gabriele D'Annunzio.

Una pagina della sua vita fu dunque scritta in riva allo Stretto quando, a cavallo tra i due secoli, fu docente di Letteratura Latina all'Università di Messina. Qui abitò in via Legnano e poi a palazzo Sturiale, in piazza Risorgimento (piazza Don Fano), dal quale godette di una veduta anche sulla nostra terra. «(...) dalla cucina si vede il forte Gonzaga sui monti…dall’altra finestra il mare, su l’Aspromonte…».

Scrisse a Ludovico Fulci, prima deputato e poi senatore del Regno d'Italia, il 5 luglio 1910: «Io a Messina, ci ho passato i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita».

Sempre da Messina, decantò anche per iscritto il paesaggio comune alla Calabria segnato da «bella falce adunca, che taglia nell’azzurro il più bel porto del mondo» e da «il bel monte Peloro verde di limoni e glauco di fichidindia e l’Aspromonte che, agli occasi, si colora d’inesprimibili tinte». Rapporto scandito da amicizie ebbe pure con la Calabria che definì sua nella corrispondenza che mantenne, anche dopo il suo trasferimento a Bologna, con Raffaele Sammarco, docente e giornalista della Gazzetta di Messina e della Calabrie, che con il fratello più piccolo GianFrancesco, fu discepolo di Giovanni Pascoli a Messina. La corrispondenza tra i fratelli di Varapodio, già provincia e oggi città metropolitana di Reggio Calabria, e il poeta romagnolo durò e lungo e una di queste cartoline firmate dal Pascoli è incorniciata a casa Sammarco. Una lirica fu dedicata anche a Franz (diminutivo di GianFrancesco), pure lui divenuto poeta e docente: «Vuole una poesia?/caro Ciccillo, vuole dunque una poesia?/Ma oggi non c'è il sole/ ed ella caro vuole oggi una poesia?/Eccola e così sia».

Sul Lungomare di Reggio Calabria, proseguendo tra la sua parte alta (via Giacomo Matteotti) e quella bassa (Lungomare Falcomatà), una stele è stata posta a memoria imperitura per ricordare ai posteri che un illustre poeta italiano dell'Ottocento, Giovanni Pascoli, conobbe Reggio Calabria, la apprezzò e vi coltivò amicizie e incontri, come quella con il famoso latinista reggino Diego Vitrioli che ispirò alcuni versi sulla stessa stele riportati.

Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte. Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sé lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia. Si tratta di alcuni versi*** della lirica di Giovanni Pascoli, intitolata "Un poeta di lingua morta" tratta della raccolta "Pensieri e discorsi" (1914), che scrisse mentre si trovava in questo lembo di terra. Un legame con le due città dello Stretto, dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia, che lo straziò dopo il sisma del 1908 che commemorò a Bologna, dove insegnava, con parole di dolore e condivisione.

Di Pascoli il grande poeta italiano del Novecento Mario Luzi, scomparso nel 2005, scrisse: « (…) In pratica il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Garfagnana dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura».

Saggi e poesie, intrisi di spiritualismo e idealismo, unitamente a questo senso di strenua resistenza e difesa di una dimensione incontaminata e faticosamente raggiunta, questa l’eredità del poeta romagnolo che conobbe Reggio Calabria e che di essa colse la profondità dell'anima.

***La lirica, i cui versi di esordio sono riportati sulla stele, prosegue così:

E in questo paese, sino a pochi giorni sono, era il poeta. Chi me ne parlò quando io era ancora giovinetto — ahimè! più di trenta anni fa — in collegio, a Urbino? Un vecchio frate che conosceva anch’esso i doni delle Muse, il padre Giacoletti, il cui nome non s’aggira più, che io sappia, che in qualche melanconico chiostro di seminario. Quel nome era allora illustre per poemi latini sull’ottica, niente meno, e sul vapore. Il vecchio frate per il quale noi avevamo una ammirazione quasi paurosa, parlava spesso di un poeta, d’un latinista, appetto al quale egli era un nulla; che abitava lontano lontano nell’estremo lembo d’Italia. Io non dimenticai più quelle parole di lode suprema e quel cenno (il buon frate trinciava l’aria come il Galdino Manzoniano), quel cenno di distanza infinita. Sì che quando, or sono pochi mesi, mi trovai in quel lembo d’Italia, io ripensai subito al poeta, al Genio del luogo. Egli era bene un poeta, e il poeta, sapete, è quasi un creatore, poichè è colui che con le parole — fiat lux — illumina d’un tratto l’oscurità che ne circonda. Certo la stella e il fiore, la serenità e la tempesta erano anche prima che il poeta ne parlasse, e voi avevate gli occhi per vederle; ma voi non guardavate, e le cose belle erano come se non esistessero: la sua parola fu che per voi le creò. E così io pensava a questo poeta dell’estrema Italia, dove le onde greche si fondono con le latine, come a uno spirito misteriosamente remoto che da un suo speco vegliasse a creare questo mondo fantastico con le Nereidi ululanti dal mare e con le città morte pendenti nel cielo. Mi aveva l’aria, questo poeta segregato dal mondo, se m’è lecito dirlo, d’un Proteo vecchio marino verace, che sapesse i gorghi di tutto il mare. Giovanni Pascoli, "Un poeta di lingua morta", dalla raccolta "Pensieri e discorsi", 1914.