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Non fu solo un concerto ma un racconto, avvolto in un intenso fascio di luce, di una vita con la musica. 

Una narrazione intessuta di parole e note, un intreccio di storie e spartiti eseguiti ad occhi chiusi o levati al cielo, eternamente ispirato e rapito da Euterpe, a stretto e diretto contatto con il suono. Nessuna amplificazione. Tra un brano e l’altro, un inchino e un tributo al suo pianoforte, un sorriso e un racconto al suo pubblico. Nel maggio 2016, una standing ovation aveva suggellato la tappa reggina al gremito teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria del tour “The twelfth room” (”La dodicesima stanza”), primo disco da solista. Sul palcoscenico lui, Ezio Bosso, il suo piano, la sua splendida musica, la sua incontenibile energia e la sua straordinaria sensibilità.

 

Premiato dall’allora assessora comunale alla Cultura di Reggio Calabria e componente della commissione Unesco, Patrizia Nardi, con il riccio d’argento di Gerardo Sacco, il maestro Bosso aveva dato vita al miglior live dell’edizione 2016 della kermesse artistica “Fatti di Musica”, promossa da Ruggero Pegna. 

 

Direttore con la bacchetta magica per antonomasia e solista creativo, Ezio Bosso si era già esibito nelle più importanti stagioni concertistiche internazionali come Royal Festival Hall, Southbank Center London, Sydney Opera House, Palacio de las Bellas Artes di Mexico city, Teatro Colon di Buenos Aires, Carnegie Hall NYC, Teatro Regio di Torino, Houston Symphony, Auditorium Parco della Musica Roma. 

Per il film “Io non ho paura” di Gabriele Salvatores aveva composto la celebre colonna sonora per quartetto d'archi, per la quale era stato anche candidato al David di Donatello. Il grande appassionato di vita e musica, pianista, direttore d’orchestra compositore, si e' spento la notte scorsa all'eta' di 48 anni, circondato dai suoi cari. Quel suo concerto a Reggio Calabria, e ogni altro abbia eseguito in ogni altro luogo, adesso proseguono nel cuore di chi continuerà ad ascoltarlo, ad accogliere il suo sorriso, a lasciarsi contagiare dalla sua gioia di vivere, a farsi sorprendere dalla potenza della sua arte e dal suo modo così unico di viverla e trasmetterla.


Torinese di origine ma londinese di adozione, Ezio Bosso consacrò la sua vita alla musica, sua fedele alleata contro la malattia. Egli lottava da tempo contro un cancro, aggravato da una patologia degenerativa che lo aveva anche costretto sulla sedia a rotelle. In costante sfida per la vita, non perdeva mai il sorriso e rinnovava la speranza attraverso la suprema arte della musica e della vita vissuta attimo per attimo. Lo ha fatto anche recentemente, invitando a vivere  il distanziamento sociale, imposto dal CovID - 19, come occasione di nuovi modi di stare vicini, piuttosto che come anticamera di un pericoloso isolamento sociale. “La musica può essere terapia per creare una società più unità”, aveva dichiarato nell’ultima intervista rilasciata a Skytg24 nelle scorse settimane.

 

Vincitore di importanti riconoscimenti, come il Green Room Award in Australia (unico non australiano a vincerlo) o il Syracuse NY Award in America, la sua musica incontrò leggiadra la danza con i più importanti coreografi come Christopher Wheeldon, Edwaard Lliang o Rafael Bonchela, il teatro e il cinema con registi di fama internazionale come James Thierrèe e Gabriele Salvatores. A Londra era stato direttore stabile e artistico dell’unica orchestra d’archi di grande numero inglese: The London Strings.

 

“I direttori dell’orchestra hanno le bacchette come i maghi e in un attimo tutto può accadere. La musica siamo noi”, diceva Bosso. Autore originale e colto interprete, per lui ogni esecuzione era sempre una irripetibile creazione e pura energia, e la musica era una ricerca autentica, capace di spalancare orizzonti e aprire le stanze. Al pubblico le stanze (ispirate alla fondatrice di origini russe della tesofia, Helena Blavatsky o madame Blavatsky, e a quelle di Dzyan) si schiudevano come preghiere e poesie, scandendo l’esistenza e orientando il cammino, fungendo da rifugi e rivelandosi a volte anche prigioni. 

 

Dalla prima stanza, in cui si nasce e che nessuno ricorda, fino alla dodicesima in cui quella memoria riaffiora e dalla quale si può ricominciare; tra di loro tutto il resto in cui si concentra ciò che siamo - tutto il dolore e i pregiudizi che perdiamo, tutti i sorrisi, che più dei passi ci avvicinano alle persone - in cui condividiamo, in cui la libertà chiede spazio e in cui possiamo ascoltare e capire gli altri e così essere felici. 


Questo il viaggio in note che Ezio Bosso condusse anche con il pubblico di Reggio Calabria, portandolo dentro le stanze della sua anima. Era iniziato sulla scia di un uccello in volo (“Following a bird”), era proseguito sulle orme dei grandi maestri Chopin e Bach, attraverso i loro preludi e le loro suite eternamente belle, richiamando la sua vita nella Londra delle Tea room (“Postcards from far away”) e celebrando la poesia dolce e amara di Emily Dickinson (“Emily’s room”).


Sempre gioioso e grato al suo amico di sempre, il pianoforte, che non lo aveva abbandonato neppure dopo l’avvento della malattia neurodegenerativa progressiva, Ezio Bosso aveva manifestato altrettante tenerezza e riconoscenza verso il pubblico reggino, inondandolo di note e parole unite nel suo amore profondo e inesauribile per la musica e dalla sua irriducibile e intensa passione per la vita. 

 

Un lungo applauso aveva consacrato la sua performance finale: oltre mezz’ora di musica, ritmo, nostalgia, note suonate con ogni parte del corpo e con ogni corda dell’anima e del pianoforte, percosso e accarezzato. Una serata da incorniciare, sempre che una cornice bastasse a contenere tante emozioni e tante note, tanta forza e tanta vita. Una serata che chi ha avuto il privilegio di aver vissuto, oggi richiama alla memoria del cuore per salutare un grande musicista come merita, celebrando l’arte alla quale si è dato anima e corpo e la potenza universale che essa è stata capace di liberare in ogni tempo e in ogni luogo attraverso la sua strabiliante opera. Ancora pare di sentire quell’applauso scrosciante che salutava, e saluta pure adesso, il musicista e il suo talento unico e anche l’uomo e la sua grande forza di volontà. 

 

Anche Reggio Calabria è stata testimone di questa potenza universale e oggi potrà raccontarla a chi non c’era, affinché la memoria, come fa la musica, non perisca e affinché la vita di Ezio Bosso, grande maestro dell’anima, al di là della morte, non smetta di incantare e di insegnare che ogni cosa bella può essere fatta solo Insieme.