fbpx

Giovedì 31 ottobre, alle 17.30, presso il circolo culturale Rhegium.Julii, riunito nell’aula magna dell’Istituto Galileo Galilei, il Prof. Giuseppe Ferreri, ordinario di Oculistica e direttore fino al 2013 della struttura complessa di Oculistica dell’Università di Messina ha tenuto una conversazione dal titolo emblematico: “La rivoluzione dello sguardo: stili pittorici o difetti visivi?”

La serata, introdotta dal Presidente del Rhegium Julii Pino Bova,ha aperto  scenari molto interessanti dal punto di vista medico-scientifico circa  la relazione tra talento artistico e patologie oculari.

Non sono pochi infatti i casi di pittori, scultori e musicisti che, nel corso della storia, hanno saputo distinguersi nel mondo della creatività nonostante una grave patologia visiva. Di recente il neurologo Noel Dan con studi mirati ha affermato che non è certo, ma è molto probabile che una percezione diversa della realtà dovuta a difetti visivi abbia influenzato l’arte di alcuni pittori. Tale affermazione ha suscitato un vespaio di polemiche, ma su questa tesi sono trovati d’accordo numerosi ricercatori che hanno raccolto prove che sembrano confermare l’effettiva presenza di disturbi visivi in alcuni pittori.

Gli strali della critica dei neurofisiologi sono stati rivolti soprattutto a quella corrente pittorica conosciuta con il nome di “Impressionismo” che, al suo apparire ha suscitato polemiche roventi perchè ha scardinato tutte le regole pittoriche precedenti.

Ma, stando agli studi di oculisti e neurologi col pallino dell’arte, questo stile pittorico sarebbe stato determinato da prosaici problemi alla vista come miopia e cataratta che i pittori si ostinavano a non voler curare ed il loro stile peggiorava con il progredire della malattia.

Gli studi oggi si sono poi ulteriormente allargati coinvolgendo altri pittori la cui opera è stata senza dubbio messa in rapporto a particolari patologie.

Dopo una introduzione sul meccanismo della visione del colore e delle sue patologie congenite ed acquisite, il Prof. Ferreri ha analizzato le opere di grandi pittori più recenti di cui è stata documentata una malattia degli occhi, per evidenziare come la visione possa influenzare l'esecuzione di un'opera d'arte ed ha evidenziato come l'arte possa avere forti collegamenti con la visione e soprattutto per esaltare la grandezza dell’artista che, nonostante la precarietà della funzione visiva, è capace di reagire  in modo sorprendentemente positivo di fronte a patologie spesso invalidanti.

L’oratore si è soffermato soprattutto sull’intimo dramma che ha influenzato l’attività artistica di van Gogh, di Monet e di Degas.che, a causa delle loro patologie visive, hanno modificato nel tempo il loro stile pittorico.

Il giallo di Van Gogh, predominante nei quadri degli ultimi 10 anni della sua vita, era dovuto alla xantopsia, un difetto di percezione dei colori che gli faceva vedere tutto giallo, probabilmente conseguenza di un’intossicazione cronica da digitale e dall’abitudine del pittore di consumare abbondati quantità di assenzio, bevanda molto diffusa tra gli artisti dell’epoca, dagli effetti stimolanti simili alle attuali droghe leggere.

E anche la famosa Chiesa Storta di Auvers non deve il suo fascino solo al genio dell’artista ma soprattutto ad un suo difetto visivo momentaneo, la retinopatia sierosa centrale, maculopatia da stress che determina una deformazione delle immagini.

Quanto a Monet, soffriva di una grave miopia ed in tarda età sviluppò anche una cataratta responsabile oltre che di una diminuzione della capacità visiva anche di una alterazione della percezione dei colori, che, dapprima vividi e sgargianti, andarono via via “sbiadendo”, per poi tornare più vivaci di prima dopo l’intervento di cataratta al quale si sottopose all’età di 82 anni.

L’oratore ha concluso la sua conversazione evidenziando le qualità di Degas che già in giovane età è stato costretto a dipingere in ambienti ristretti e con poca luce a causa di una malattia progressiva della retina, forse la maculopatia degenerativa, patologia che compromette l’acuità visiva ed il senso cromatico, all’epoca non facilmente diagnosticabile.

Particolarmente vivace ed interessante la discussione al termine della conversazione che ha registrato diversi interventi di approfondimento.